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giovedì 17 settembre 2026

Simona Carannante, la voce che non si è mai spenta


di Antonio Auricchio

Dalle poesie scritte da bambina al palcoscenico, dal cinema a 26 anni alla maternità e all’insegnamento. Poi il ritorno alla scrittura con L’Ultima Voce della Sibilla. La storia di un’autrice dei Campi Flegrei per la quale, dopo vent’anni, strade apparentemente lontane sembrano tornare a incontrarsi.

POZZUOLI – Napoli- ITALIA Ci sono vocazioni che esplodono subito e altre che attraversano silenziosamente una vita intera, aspettando il momento in cui tutte le esperienze accumulate trovino finalmente un punto d’incontro.

Quella di Simona Carannante, autrice puteolana de L’Ultima Voce della Sibilla, comincia molto prima del suo ultimo libro. Comincia da bambina, quando scrive poesie, danza, interpreta e sale sui palcoscenici scoprendo una sensazione destinata a non abbandonarla più: raccontare storie, attraverso parole, corpo e immagini, è il luogo nel quale si sente a casa.

«Scrivevo già da piccola. Le poesie erano un modo naturale di esprimermi. Ho partecipato anche a concorsi letterari, tra cui uno che raccoglieva 767 autori. Contemporaneamente c’erano la danza, il palcoscenico, l’interpretazione. Allora non avrei saputo mettere insieme tutte queste cose. Oggi mi accorgo che appartenevano probabilmente alla stessa parte di me».

Il cinema a 26 anni

Quella passione trova presto una forma concreta. Carannante studia interpretazione all’Actor’s Center di Roma e Milano con Michael Margotta, approfondendo il metodo Stanislavski, la costruzione del personaggio e l’analisi del testo.

Nel 2006, a 26 anni, arriva davanti alla macchina da presa come protagonista del film L’Ultima Stella. Potrebbe essere l’inizio di una strada già tracciata. Seguono altri provini e, racconta, anche la selezione per un progetto al quale avrebbe preso parte Luca Ward.

Ma qualcosa si ferma.

«Ero giovane e avevo ancora paure e pregiudizi rispetto al mondo del cinema. Avevo anche un’idea molto forte della famiglia e della vita che desideravo costruire. Oggi non giudico quella ragazza: fece le scelte che in quel momento sentiva di poter fare».

Il cinema si allontana. Almeno apparentemente.

Gli anni della vita - Nello stesso 2006 Carannante consegue la laurea in Lingue e Letterature Straniere all’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”. Seguiranno un Master in Direzione e Strategie d’Impresa, diversi percorsi professionali, l’insegnamento, la formazione, l’orientamento dei giovani e la progettazione culturale.

Nel 2008 pubblica Storie di un Bilancio. La scrittura narrativa e poetica continua ad accompagnarla anche quando la quotidianità sembra portarla altrove.

Poi diventa madre. Oggi suo figlio ha 15 anni.
Lavoro, famiglia e responsabilità occupano inevitabilmente lo spazio che prima apparteneva anche al palcoscenico e alla macchina da presa.

Eppure qualcosa rimane.
«Ci sono stati momenti nei quali ho pensato di essermi allontanata dalla mia strada. Ma quella voce dentro di me non si è mai spenta. Potevo cambiare lavoro, avere altre priorità, non trovarmi più su un set. Continuavo però a scrivere, immaginare, osservare le persone. Continuavo a vedere storie».

«Quando scrivo, vedo»
È proprio il verbo vedere a raccontare forse meglio di qualsiasi curriculum il legame rimasto tra scrittura e cinema.

«Quando scrivo non arrivano soltanto le parole. Vedo le scene. Vedo i personaggi muoversi, immagino i luoghi, la luce, un’espressione, persino i silenzi. A volte ho la sensazione di assistere alla scena prima ancora di averla terminata sulla pagina».

Poesia, danza, interpretazione, cinema e letteratura smettono allora di apparire esperienze scollegate.

Sembrano linguaggi differenti attraverso i quali, negli anni, la stessa esigenza creativa ha continuato a cercare spazio.

E forse proprio gli anni apparentemente più lontani dal cinema hanno aggiunto qualcosa.

«Per molto tempo ho pensato che stessi facendo altro. Oggi penso invece che stessi vivendo. E vivere mi ha dato ciò che a 26 anni non potevo avere: persone incontrate, responsabilità, felicità, paure, fragilità. Se avessi continuato allora, probabilmente avrei raccontato altre storie. Oggi scrivo con tutto quello che sono diventata».


Il ritorno della Sibilla

C’è poi Pozzuoli. -  Ci sono i Campi Flegrei.

Cuma, il Lago d’Averno, la Solfatara, Baia, il Rione Terra. Un paesaggio nel quale acqua, fuoco, vulcani, rovine e mito convivono con la quotidianità di migliaia di persone.

È da questa terra che emerge L’Ultima Voce della Sibilla.

La figura antica diventa il punto d’incontro tra memoria personale, mito, identità e territorio.

«La Sibilla appartiene alla mia terra, ma allo stesso tempo può parlare a tutti. Ci mette davanti a ciò che non riusciamo a controllare completamente: il futuro, il destino, la paura. Qui il passato non è qualcosa di lontano. È nelle pietre, nel paesaggio, sotto i nostri piedi. E forse, mentre cercavo la sua voce, stavo ritrovando anche la mia».

Nei Campi Flegrei, del resto, persino l’immobilità è un’illusione.

«Viviamo in una terra che respira. A volte quasi ce ne dimentichiamo, poi è lei stessa a ricordarcelo. Qui bellezza e fragilità convivono continuamente. Crescere con questa consapevolezza credo abbia influenzato profondamente anche il mio modo di guardare la vita».

Il parallelismo con il suo percorso è inevitabile: anche ciò che per anni sembrava immobile, in realtà, continuava a muoversi sotto la superficie.

Una storia ancora aperta

Oggi Carannante non separa più nettamente la scrittrice dalla donna che ha conosciuto il cinema.

«Quando scrivo vedo. Immagino i volti, i movimenti, i luoghi, la luce. Non so quale forma potranno assumere domani le storie che sto scrivendo e non voglio stabilirlo prima. Saranno il lavoro, gli incontri e il tempo a decidere fin dove potranno arrivare».

L’Ultima Voce della Sibilla, del resto, nasce dentro un universo fortemente visivo: il Mediterraneo, le grotte, l’acqua e il fuoco, le rovine, il sottosuolo, il mito e una terra che continua a muoversi sotto la vita degli uomini.

Un immaginario profondamente flegreo, ma costruito intorno a domande che non appartengono soltanto ai Campi Flegrei.

Alla fine rimane una domanda.

Che cosa direbbe oggi Simona Carannante alla ragazza di 26 anni che si trovava davanti a una macchina da presa?

«Le direi di avere meno paura. Ma non le chiederei di cancellare ciò che è venuto dopo, perché senza quella vita non sarei la donna che sono. Non avrei mio figlio, non avrei incontrato tante persone, non avrei conosciuto certe fragilità e probabilmente non scriverei nello stesso modo».

Le direi soltanto: fidati.

Quella voce non se ne andrà».
Forse è qui che si ricompongono i pezzi.
La bambina che scriveva poesie. Il palcoscenico. La giovane attrice. La laureata. L’insegnante. La madre. La progettista culturale. L’autrice.
Non vite differenti, ma capitoli della stessa storia.
E forse Simona Carannante non sta davvero tornando a qualcosa che aveva lasciato.
Forse ci stava andando incontro da vent’anni.
Nei Campi Flegrei la Sibilla interrogava ciò che ancora doveva accadere.
Questa volta non serve chiederle di predire il futuro.
La parte più interessante della storia potrebbe essere proprio quella che deve ancora essere scritta.