mercoledì 30 settembre 2026

La Moldova in Fiera del Levante a Bari: diplomazia economica, turismo e nuove opportunità tra il Paese e la Puglia

La partecipazione alla Campionaria rafforza il percorso di cooperazione tra la Repubblica di Moldova e il territorio pugliese. Il Console Onorario Domenico De Candia: «dalla logistica agli investimenti, dal turismo alla cultura, la Fiera diventa uno spazio privilegiato per costruire nuove relazioni e trasformarle in opportunità concrete»

La Repubblica di Moldova rinnova alla Fiera del Levante di Bari il proprio impegno nel rafforzamento delle relazioni istituzionali, economiche e culturali con la Puglia e l’Italia, puntando sulla costruzione di una rete sempre più articolata tra istituzioni, imprese, operatori e territori.

Una presenza che assume un significato particolare alla luce del tema della Campionaria, «Il dialogo parte da Levante. Imprese, popoli e culture al centro del Mediterraneo», e che per il Console Onorario della Repubblica di Moldova per Puglia, Basilicata e Molise, Domenico De Candia, ha rappresentato un’occasione per guardare non soltanto alle relazioni già costruite, ma soprattutto alle prospettive future.

«Parliamo di Levante e noi siamo un Paese al Levante rispetto all’Italia – ha sottolineato De Candia –. In questo momento c’è una grande attenzione verso questa parte del mondo per tutto quello che sta succedendo, ma soprattutto per quello che sarà il momento della ricostruzione in Ucraina».

Ha proseguito «Anche grazie alle iniziative e alle attività della Fiera del Levante stiamo creando una rete di contatti fondamentali per quelle che saranno le attività future».

Le opportunità economiche, turistiche e culturali

L’obiettivo è anche quello di raccontare una Moldova ancora poco conosciuta in Italia, andando oltre l’immagine tradizionalmente associata al Paese e mettendone in evidenza le opportunità economiche, turistiche e culturali.

Un percorso che negli ultimi anni ha trovato un importante strumento anche nei collegamenti tra la Puglia e la capitale moldava.

«Abbiamo avuto il vantaggio di avere per circa sei mesi dei collegamenti diretti da Bari a Chisinau. Attraverso questa importante iniziativa voluta da Aeroporti di Puglia abbiamo avuto la possibilità di far conoscere il Paese non solo dal punto di vista turistico, ma anche di mostrare le possibilità economiche e soprattutto di proiettarle nel futuro», ha spiegato il Console.

Il tema dei collegamenti resta centrale. De Candia ha infatti evidenziato l’impegno per favorire nuovamente una connessione diretta con Chisinau e, nel frattempo, migliorare le soluzioni di viaggio attraverso gli scali intermedi.

Diplomazia economica e nuove reti per le imprese

La Fiera del Levante assume così un ruolo che va ben oltre quello di semplice manifestazione espositiva. Diventa uno strumento di diplomazia economica, capace di mettere in relazione sistemi produttivi, istituzioni e operatori.

«Oggi il vero obiettivo è quello di creare rete – ha affermato De Candia –. Servono questi momenti di incontro, nei quali c’è la possibilità di esprimere quello che si è e quello che si offre, per tessere rapporti che possano trasformarsi in situazioni di business reciproco, sia da una parte sia dall’altra».

Un processo che sta già producendo un crescente interesse. Secondo quanto riferito dal Console, alcune realtà moldave hanno investito o stanno valutando investimenti nel territorio pugliese, con attenzione anche alle province di Lecce, Taranto e Barletta-Andria-Trani. De Candia legge questo fenomeno come il risultato di una reciprocità nella quale conoscenza del territorio, turismo e opportunità economiche possono alimentarsi a vicenda.

Logistica: una rete tra Italia, Moldova, Romania e Georgia

Tra i settori sui quali si concentra maggiormente l’attenzione figura la logistica internazionale. La posizione geografica della Moldova può infatti assumere un ruolo significativo nei nuovi collegamenti tra l’Europa orientale e il sistema economico italiano.

De Candia ha richiamato il lavoro avviato con Italia, Romania e Georgia per costruire una rete infrastrutturale tra porti e aree retroportuali, alla luce dei profondi cambiamenti intervenuti negli equilibri commerciali dell’Europa orientale.

«Stiamo creando una serie di iniziative tese a mettere in rete alcune strutture portuali in Italia, Romania, Georgia e Moldova, attraverso il nostro porto fluviale di Giurgiulești. Questa rete potrà essere un elemento di grande importanza sia per gli approvvigionamenti di natura energetica sia per il passaggio delle merci nel settore agroalimentare».

Dal ruolo amministrativo alla costruzione di opportunità

Nel corso degli anni è cambiata anche la funzione svolta dal Consolato. Alla tradizionale attività di assistenza amministrativa alla comunità moldava si è progressivamente affiancato un lavoro di connessione tra imprese, professionisti e istituzioni.

La crescita delle seconde generazioni, la nascita di aziende fondate da cittadini di origine moldava e lo sviluppo di professionalità soprattutto nei settori tecnologici hanno trasformato le esigenze della comunità e, di conseguenza, anche l’attività consolare.

«Siamo diventati quasi consulenti di questi ragazzi che hanno messo su aziende», ha spiegato De Candia, sottolineando il valore della rete costituita dal sistema consolare presente in Puglia, capace di favorire connessioni che possono andare oltre il territorio regionale e nazionale.

Turismo, cultura e radici comuni

Accanto all’economia trova spazio il turismo, considerato uno dei principali strumenti attraverso i quali favorire una conoscenza reciproca più profonda.

La Moldova punta in particolare sul proprio patrimonio enogastronomico, culturale e religioso. Tra gli elementi richiamati dal Console figurano le grandi cantine moldave, le tradizioni popolari, i monasteri e i luoghi di culto ortodossi, oltre a un patrimonio storico che evidenzia le radici comuni tra Moldova e Italia.

«Porrei l’accento sulla nostra vicinanza in termini di cultura e tradizioni. Abbiamo delle radici comuni e abbiamo una lingua, il rumeno, che è una lingua latina e che sicuramente può essere un punto di incontro».

Un’identità che può diventare anche una nuova leva turistica. De Candia ha indicato, tra le possibili esperienze da proporre ai visitatori italiani, Chisinau, i monasteri ortodossi, il Castello di Soroca e le grandi cantine moldave, affiancando così al turismo enogastronomico una proposta culturale e religiosa. 

Patti di amicizia tra territori

Il rapporto tra Moldova e Puglia passa inoltre attraverso gli enti locali e le comunità presenti sul territorio.

Grazie anche alle associazioni italo-moldave, con una presenza particolarmente attiva nel territorio leccese, sono in corso iniziative finalizzate alla costruzione di patti di amicizia tra Comuni italiani e moldavi, evoluzione delle tradizionali esperienze di gemellaggio.

L’obiettivo è utilizzare anche i programmi comunitari per mettere in relazione le amministrazioni locali dei due Paesi, sviluppando iniziative condivise e creando nuove sinergie culturali e istituzionali.

La Fiera come punto di partenza

La partecipazione alla Campionaria diventa quindi parte di un progetto più ampio. Promozione, diplomazia economica, turismo, cultura, logistica e rapporti tra territori sono i diversi tasselli di una strategia che guarda alla costruzione di relazioni stabili tra la Moldova e la Puglia.

«La Moldova è ancora poco conosciuta e abbiamo parecchio da far scoprire – ha concluso Domenico De Candia –. Sono convinto che la comunicazione abbia avuto un ruolo importante nelle edizioni precedenti e questa è l’edizione che dovrebbe permetterci di fare il salto di qualità».

Festival della Cooperazione Internazionale 2026, presentata in Regione la decima edizione: al centro pace, inclusione e dignità umana

Dal 5 all’11 ottobre una settimana di incontri tra cooperazione internazionale, disabilità, salute, demenze, diritti e cultura. Il coordinatore Franco Colizzi: «Il filo che unisce tutto è la necessità di salvare l’umano nell’uomo»

Dieci anni di dialogo, cooperazione, impegno sociale e costruzione di comunità. È stata presentata presso il Consiglio regionale della Puglia, la X edizione del Festival della Cooperazione Internazionale, in programma dal 5 all’11 ottobre 2026 con il tema «Civiltà dell’amore, civiltà della terra».

Un’edizione che guarda alle grandi fratture del presente – guerre, disuguaglianze, esclusione sociale, fragilità, riduzione degli spazi della cooperazione internazionale – scegliendo di rispondere attraverso una rete di istituzioni, associazioni, organizzazioni del Terzo Settore, professionisti e comunità locali.

Il Festival, coordinato dal medico psichiatra Franco Colizzi, si inserisce anche nella Campagna nazionale per l’inclusione di AIFO e propone un programma articolato tra Ostuni, San Vito dei Normanni, Francavilla Fontana, Latiano e Lucera, con iniziative che intrecciano cooperazione internazionale, pace, disabilità, salute, demenze, diritti umani, cultura e partecipazione.

Il coordinatore del Festival della Cooperazione Internazionale, Franco Colizzi: «Salvare l’umano nell’uomo e costruire relazioni concrete»

Il coordinatore del Festival della Cooperazione Internazionale, Franco Colizzi, ha ricordato come la decima edizione nasca dalla volontà di tenere insieme temi diversi ma profondamente collegati: pace, cooperazione internazionale, disabilità, salute, demenze, diritti e inclusione. L’obiettivo, ha spiegato, è superare la semplice dimensione del confronto teorico e trasformare il Festival in uno spazio capace di creare legami tra istituzioni, associazioni, Terzo Settore e comunità.

«Il Festival non nasce per aggiungere parole alle parole – ha sottolineato Colizzi – ma per provare a costruire relazioni concrete. Il filo che attraversa questa edizione è quello della dignità della persona e della necessità, come ricordava Vasilij Grossman, di salvare l’umano nell’uomo». Una prospettiva che, per Colizzi, deve tradursi in partecipazione, responsabilità condivisa e capacità delle comunità di prendersi cura delle persone più fragili.

«In un tempo in cui cresce la deresponsabilizzazione, dobbiamo tornare a dare valore alla partecipazione. Il Festival vuole essere proprio questo: una piccola fiammella da alimentare, capace di mettere in relazione persone, istituzioni e realtà del Terzo Settore e di trasformare la solidarietà in un impegno concreto» ha spiegato Colizzi.

Dalla guerra alla cooperazione: Ucraina e Palestina al centro del confronto

Uno degli assi principali della decima edizione sarà dedicato alla pace e alla solidarietà internazionale, con particolare attenzione alle popolazioni dell’Ucraina e della Palestina.

Il 5 ottobre a San Vito dei Normanni è previsto un incontro pubblico dedicato alle azioni concrete di cooperazione, con testimonianze, rappresentanti UNICEF, realtà associative e collegamenti internazionali con il Comune ucraino di Kobleve e con Gaza.

Un appuntamento pensato non per affrontare i conflitti soltanto sul piano geopolitico, ma per interrogarsi sulle conseguenze che guerre e violenze producono sulle persone e sulle comunità, soprattutto sui soggetti più vulnerabili.

Nel corso della conferenza stampa è stato ricordato anche il percorso di collaborazione avviato con Kobleve e la volontà di trasformare quel rapporto in forme concrete di sostegno, a partire dai bisogni dei bambini e delle scuole.

Il consigliere regionale Tommaso Gioia: «La Regione al fianco di chi costruisce solidarietà e inclusione»

A sottolineare la necessità di sostenere iniziative capaci di tenere insieme dimensione locale e internazionale è stato il consigliere regionale Tommaso Gioia.

«La Regione Puglia deve continuare a stare al fianco di chi ogni giorno lavora per costruire solidarietà, inclusione e cittadinanza attiva», ha affermato, evidenziando come il Festival affronti questioni che riguardano direttamente il futuro delle nuove generazioni.

«In un tempo segnato da guerre, discriminazioni e nuove insicurezze, iniziative come questa acquistano un valore ancora maggiore: significa contrastare ciò che rischiamo di sottrarre alle future generazioni e rimettere al centro la persona e la dignità umana» ha fatto presente il Consigliere Regionale.

Gioia ha richiamato anche il valore della rete costruita intorno alla manifestazione e la necessità di rafforzare ulteriormente il rapporto tra istituzioni, associazioni e realtà impegnate quotidianamente sui temi dei diritti e dell’inclusione.

Il presidente nazionale di AIFO, Antonio Lissoni: «Lavorare sulle persone significa lavorare sulle comunità

Alla conferenza stampa ha partecipato anche il presidente nazionale di AIFO, Antonio Lissoni, che ha ricordato come «l’azione di AIFO parte dalle persone maggiormente esposte alla discriminazione, con particolare attenzione alle persone con disabilità e alle comunità più vulnerabili nei Paesi in cui l’organizzazione opera».

Il lavoro, però, non si limita al singolo individuo: significa creare consapevolezza dei diritti, favorire l’autonomia e contemporaneamente intervenire sul contesto sociale nel quale la persona vive.

È proprio questa dimensione comunitaria uno degli elementi che lega l’esperienza di AIFO alla filosofia del Festival. «Non può esistere vera inclusione se a cambiare è soltanto la persona fragile e non anche la comunità che la circonda» ha evidenziato Lissoni.

Demenze, una comunità può diventare parte della cura

Ampio spazio sarà dedicato anche al tema delle demenze e al progetto delle Comunità Amiche delle Persone con Demenza, promosso in Italia dalla Federazione Alzheimer Italia.

A illustrarne il significato durante la conferenza stampa è stata Katia Pinto, psicologa e psicoterapeuta e presidente nazionale della Federazione Alzheimer Italia.

Il principio è semplice ma radicale: consentire alla persona con demenza di continuare a vivere nella propria comunità, contrastando isolamento e istituzionalizzazione e formando chi ogni giorno può incontrarla nella vita quotidiana.

Servizi pubblici, scuole, banche, farmacie, supermercati, possono diventare parte di una rete capace di riconoscere i bisogni della persona e accompagnarla senza privarla precocemente della propria autonomia.

«È un progetto di gentilezza, di dignità, di rispetto e di educazione», ha spiegato Pinto, facendo presente come «il valore dell’iniziativa non dipende necessariamente da grandi investimenti economici, ma dalla capacità di una comunità di diventare più consapevole e inclusive».

Il 6 ottobre a Ostuni le Comunità Amiche già attive in Puglia incontreranno il mondo del volontariato, mentre il Festival punta anche a favorire nuove adesioni da parte dei Comuni coinvolti.

Il 7 ottobre il convegno nazionale su salute, inclusione e progetto di vita

Tra gli appuntamenti centrali dell’intera edizione figura il convegno nazionale «Salute e inclusione: progetto di vita indipendente», in programma mercoledì 7 ottobre nella Sala Conferenze della Banca di Credito Cooperativo di Ostuni.

La giornata affronterà due grandi questioni: la riabilitazione e l’abilitazione a vent’anni dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità e il progetto personalizzato e partecipato di vita indipendente previsto dalla riforma italiana sulla disabilità.

Su questo secondo aspetto è intervenuto Francesco Parisi, portavoce del Forum del Terzo Settore della provincia di Brindisi, che ha richiamato le opportunità ma anche le difficoltà concrete legate all’attuazione della nuova normativa.

La provincia di Brindisi rientra infatti tra i territori coinvolti nella fase sperimentale. Il nuovo sistema punta a superare la frammentazione dei percorsi, ponendo al centro un progetto costruito sulla persona e non semplicemente sull’offerta di servizi già disponibile.

Perché la riforma possa funzionare, però, ha rimarcato Parisi durante la conferenza, «occorrono formazione, risorse, capacità di progettazione e soprattutto collaborazione tra istituzioni, servizi sanitari, Terzo Settore, famiglie e cittadini».

La consigliera regionale Isabella Lettori: «I progetti di vita non possono essere dei “copia e incolla”»

Sul nodo della riforma della disabilità è intervenuta anche Isabella Lettori, consigliera regionale, che ha richiamato la necessità di costruire e consolidare una rete provinciale tra istituzioni, Terzo Settore e servizi, indicandola come una delle condizioni necessarie perché la nuova normativa possa tradursi in percorsi realmente efficaci per le persone con disabilità.

«Siamo seriamente preoccupati sulla formazione, perché se non c’è formazione, come si fanno a redigere i progetti di vita? Non possono essere dei “copia e incolla”», ha affermato Lettori.

«Un progetto di vita, ha ricordato, deve partire dalla singola persona e mettere insieme bisogni, aspirazioni, servizi e opportunità presenti nella comunità».

Il comune di Ostuni: «Servono attenzione, sensibilità e partecipazione»

Il rapporto tra istituzioni locali e comunità è stato al centro anche dell’intervento di Giovanni Quartulli, dirigente del Comune di Ostuni, che ha ricordato il sostegno garantito nel corso degli anni al Festival e alle iniziative legate alla disabilità, alle fragilità e alle demenze.

«Accanto alle risorse economiche, ha spiegato Quartulli, esiste una dimensione altrettanto importante: l’attenzione quotidiana alle persone, alle famiglie e al contesto nel quale vivono».

Un principio che attraversa gran parte della decima edizione del Festival: trasformare la comunità perché possa essere realmente accogliente, piuttosto che limitarsi a intervenire quando la fragilità diventa emergenza.

Il comune di Latiano aderisce al Festival: «Un percorso che vogliamo far crescere»

Anche il Comune di Latiano conferma la propria adesione alla decima edizione del Festival della Cooperazione Internazionale. A sottolineare il valore della partecipazione del territorio è stato Giuseppe Mingolla, Presidente del Consiglio Comunale, richiamando l’importanza di rafforzare il rapporto tra istituzioni, associazioni e Terzo Settore sui temi dell’inclusione, della solidarietà e della partecipazione.

«Latiano vuole essere parte di questo percorso, non soltanto per questa edizione ma con l’auspicio che la collaborazione possa proseguire e crescere negli anni. Il Festival rappresenta un’occasione importante per coinvolgere la comunità e costruire insieme una maggiore attenzione verso le persone più fragili e i temi della cooperazione e dell’inclusione».

Non solo convegni: arte, teatro e cultura

Il Festival non sarà soltanto occasione di approfondimento scientifico e sociale.

Nel programma trovano spazio anche arte, teatro, filosofia, musica e momenti di comunità, nella convinzione che la costruzione di una “civiltà dell’amore” passi anche attraverso linguaggi diversi.

Tra gli appuntamenti, la mostra «Donna e Inclusione» dell’artista brasiliana Miriam Duque De Paiva, che attraverso la figura femminile e il rapporto con la terra propone una riflessione sulla generatività, sull’accoglienza e sull’identità.

In programma anche lo spettacolo teatrale «Caino e Abele – Fratello contro fratello», proposto dal laboratorio teatrale dell’organizzazione di volontariato Ali d’Aquila, che attraverso attori con disabilità affronterà i temi della fraternità, della violenza e della nonviolenza.

Il programma comprenderà inoltre incontri dedicati al Convivialismo, alla custodia dell’umano, alla società dell’amore immaginata da Raoul Follereau e al rapporto tra persona, tecnologia e intelligenza artificiale.

Una rete che prova a trasformare i territori

A emergere dalla conferenza stampa è stata soprattutto l’immagine di un Festival che, nel suo decimo anno, prova a superare la dimensione del singolo evento.

La cooperazione internazionale diventa così anche cooperazione tra territori; l’inclusione non riguarda soltanto chi vive una fragilità, ma chiunque abiti una comunità; la pace non viene affrontata soltanto come assenza di guerra, ma come costruzione quotidiana di relazioni, diritti e responsabilità.

Una rete che coinvolge AIFO, RIDS – Rete Italiana Disabilità e Sviluppo, organizzazioni impegnate nella cooperazione e nella disabilità, amministrazioni locali, Terzo Settore, professionisti, scuole e cittadini, con l’obiettivo di trasformare il Festival in un luogo permanente di confronto e azione.

All’evento è intervenuto anche il Console della Repubblica Ceca, Riccardo Di Matteo.

Il programma completo degli appuntamenti sarà disponibile attraverso i canali ufficiali della manifestazione.

Slovenia e Puglia, dalla Fiera del Levante nuove sinergie per economia, turismo e innovazione

Il Console Ferdinando Parente: «Ci sono tutte le condizioni per costruire una collaborazione più intensa. La Fiera deve diventare il punto di partenza per nuovi rapporti tra imprese, istituzioni e università»


Un rapporto da consolidare e nuove opportunità da costruire insieme. La 89ª Campionaria Internazionale della Fiera del Levante rafforza il dialogo tra Slovenia e Puglia, aprendo nuove prospettive di cooperazione che interessano il sistema delle imprese, il turismo, la ricerca, l’energia e la logistica.

Il tema scelto per l’edizione 2026, «Il dialogo parte da Levante. Imprese, popoli e culture al centro del Mediterraneo», pone al centro proprio il valore delle relazioni internazionali e della capacità dei territori di creare occasioni comuni di crescita.


Presenti il Console Onorario della Repubblica di Slovenia per la Puglia e il Molise Ferdinando Parente e Breda Korosec, Ministra Plenipotenziaria responsabile per gli affari economici presso l’Ambasciata di Slovenia a Roma.


Per il Consolato, la Campionaria rappresenta un’occasione per proseguire il percorso intrapreso negli ultimi anni e rafforzare il ruolo della Puglia quale interlocutore della Slovenia nel Mezzogiorno.


«Esiste già una relazione importante tra i nostri Paesi e oggi abbiamo l’opportunità di renderla ancora più forte anche nel Sud Italia», afferma Ferdinando Parente. «La Puglia dispone di un tessuto imprenditoriale dinamico, competenze nel campo della ricerca e una forte capacità di valorizzare il proprio territorio. Sono caratteristiche che possono dialogare molto bene con l’esperienza slovena».


Italia e Slovenia, un rapporto economico già consolidato


Il punto di partenza è rappresentato da un rapporto commerciale significativo: nel 2025 l’interscambio tra Italia e Slovenia ha raggiunto circa 10 miliardi di euro.


Un dato che conferma la solidità dei rapporti bilaterali e che, secondo il Consolato, può essere accompagnato da una maggiore presenza delle imprese del Mezzogiorno nelle relazioni economiche con la Slovenia.


L’obiettivo è favorire occasioni di incontro tra operatori dei due territori e creare le condizioni per nuove collaborazioni imprenditoriali.

Ma la cooperazione può assumere una dimensione più ampia.


«Non dobbiamo guardare soltanto ai numeri dell’interscambio», sottolinea Parente. «Le relazioni possono crescere attraverso la cultura, le università, la ricerca e la capacità di partecipare insieme a progetti europei. Più riusciamo a mettere in contatto le nostre realtà, maggiori saranno le possibilità di costruire iniziative destinate a durare nel tempo».

Dal turismo sostenibile all’intelligenza artificiale


Tra i settori sui quali sviluppare il confronto rientra il turismo sostenibile, uno degli elementi che caratterizzano la promozione internazionale della Slovenia.

La valorizzazione delle località meno conosciute, l’attenzione alla sostenibilità e la distribuzione dei flussi turistici sul territorio rappresentano temi sui quali il confronto con la Puglia può produrre uno scambio di esperienze e buone pratiche.


Accanto al turismo trovano spazio energie rinnovabili, innovazione tecnologica e intelligenza artificiale, settori nei quali le competenze di imprese, università e centri di ricerca potrebbero essere messe in rete per sviluppare nuove iniziative comuni.


Particolare attenzione viene inoltre riservata alla logistica. La posizione del porto di Capodistria e quella degli scali di Bari e Brindisi possono favorire un dialogo sulle connessioni tra Europa centrale, Adriatico e Mediterraneo, valutando eventuali opportunità sulla base delle esigenze delle imprese e degli operatori del settore.


Una collaborazione che proseguirà dopo la Fiera


La partecipazione alla Campionaria viene quindi interpretata come una tappa di un percorso più ampio.


L’obiettivo è favorire un confronto continuativo tra istituzioni, imprese, università e soggetti economici sloveni e pugliesi, individuando iniziative che possano tradurre le relazioni costruite durante la Fiera in risultati concreti.


Tra le prospettive vi è anche quella di sviluppare progetti pilota nei campi della sostenibilità e dell’innovazione, facendo leva sulle opportunità offerte dai programmi europei.

«La Fiera del Levante ci permette di incontrarci e individuare interessi comuni. Il passo successivo deve essere quello di trasformare questi contatti in progettualità», conclude Ferdinando Parente. «Vogliamo rafforzare una relazione stabile tra Slovenia e Puglia, capace di offrire nuove opportunità alle imprese e ai giovani e, allo stesso tempo, di avvicinare sempre di più le nostre comunità».

venerdì 25 settembre 2026

Hoboken Italian Festival: cent'anni di fede, musica e memoria tra Molfetta e l'America


C'è un ponte che da un secolo attraversa l'Atlantico e non ha mai smesso di reggere: quello che unisce Molfetta a Hoboken, nel New Jersey, nel nome della Madonna dei Martiri. Nel 2026 quel ponte ha compiuto cento anni, e la comunità molfettese d'America li ha celebrati con una festa che ha portato in scena fede, musica e memoria — restituendo, ancora una volta, il senso profondo di un legame che attraversa generazioni e oceani.

Un secolo di devozione sull'Hudson

Dal 10 al 13 settembre 2026 Hoboken si è vestita a festa per l'Hoboken Italian Festival – The Feast of Madonna dei Martiri, giunto alla sua edizione del centenario. Il cuore dell'evento è, come da tradizione, il "Feast Day" di sabato: una statua di circa 360 chili della Madonna dei Martiri viene portata in processione dalla chiesa di San Francesco fino alle rive dell'Hudson, dove si rinnova la rievocazione storica della "Blessing of the Fleet", la benedizione della flotta. Quest'anno la giornata si è chiusa con un primo, spettacolare show di droni sul fiume, per celebrare in grande stile il traguardo dei cento anni.

Le fonti americane concordano nel far risalire questa tradizione agli immigrati molfettesi che, arrivati a Hoboken nei primi decenni del Novecento, portarono con sé la devozione alla propria patrona. La Società Madonna dei Martiri, che ancora oggi organizza la festa dalla sua sede storica di 332 Adams Street, nacque proprio da quella prima comunità di emigrati — anche se le fonti oscillano tra il 1926 e il 1927 come anno esatto della fondazione formale.

Alla Messa del centenario, celebrata nella chiesa di San Francesco, hanno concelebrato il cardinale Joseph William Tobin, arcivescovo di Newark, il vescovo ausiliare Pedro Bismarck Chau e il vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi, mons. Domenico Basile, giunto apposta dall'Italia per l'occasione insieme a una delegazione cittadina composta dal sindaco Manuel Minervini e dal presidente del consiglio comunale Leonardo Siragusa.

La parola del Sindaco: un legame che non si spezza mai

A rendere ancora più forte il significato di questo legame è arrivato il messaggio del sindaco di Molfetta, Manuel Flavio Minervini, pubblicato in occasione dei festeggiamenti patronali. Nel suo intervento il primo cittadino ha sottolineato come innovazione e tradizione possano convivere, ricordando che la festa dedicata a Maria SS. dei Martiri è "un rito collettivo che affonda le radici" nell'identità più profonda di Molfetta.

Il Sindaco ha insistito in particolare sul carattere marittimo e viscerale della devozione, spiegando che nei secoli i molfettesi non sono mai stati costretti a lasciare l'amore per le proprie tradizioni, ma hanno saputo portarle con sé in ogni forma di emigrazione, "camminando al fianco delle nostre tradizioni" pur nel mutare dei tempi. È un'immagine che restituisce perfettamente il senso del rapporto con Hoboken: non un ricordo nostalgico, ma un legame vivo, che si rinnova ogni anno attraverso un autentico pellegrinaggio a doppio senso.

Da una parte ci sono i molfettesi d'America che, come è ormai consuetudine, tornano nella città d'origine per vivere la festa patronale dell'8 settembre, ritrovando le luminarie, la processione e l'atmosfera del porto che i loro genitori o nonni portarono con sé attraversando l'oceano. Dall'altra, sempre più spesso, sono i molfettesi di Puglia — penso alle delegazioni istituzionali, al clero, alle famiglie e agli appassionati di musica e tradizioni — a intraprendere il viaggio inverso verso Hoboken, per partecipare in prima persona alla processione lungo l'Hudson e alla Blessing of the Fleet, chiudendo idealmente il cerchio di una devozione che, come ricorda il Sindaco, "porta il mare con sé ovunque vada".

Come ha scritto lo stesso Minervini, il messaggio si chiude con un augurio semplice e sentito: "buona festa patronale a tutte le molfettesi e a tutti i molfettesi" — un augurio che quest'anno, nel centenario di Hoboken, ha davvero attraversato l'oceano in entrambe le direzioni.

Verso un gemellaggio? Il tema discusso in Consiglio Comunale

Proprio in occasione del centenario, il legame tra le due città è tornato al centro del dibattito istituzionale. Diverse fonti collegate alla comunità molfettese d'oltreoceano riportano che il tema di un gemellaggio tra Molfetta e Hoboken sarebbe stato affrontato in sede di Consiglio Comunale, in un contesto che ha visto anche una delegazione molfettese particolarmente numerosa — istituzioni, clero e famiglie — recarsi nel New Jersey per le celebrazioni del centenario, insieme a una rappresentanza della Polizia Locale in divisa.

È bene essere precisi: al momento non risulta una delibera formale che sancisca un gemellaggio ufficiale tra le due città, come invece esiste dal 2015 con la vicina Little Ferry (comune del New Jersey dove oltre il 30% della popolazione ha origini molfettesi). Quello con Hoboken, per ora, resta un legame storico e devozionale fortissimo — probabilmente il più radicato tra tutte le comunità molfettesi all'estero — di cui però si è concretamente discusso in Consiglio, il che rende molto probabile un'evoluzione in questo senso nei prossimi mesi o anni. A tirare le fila di questi scambi culturali sono soprattutto l'associazione Oll Muvi — titolare del marchio "I Love Molfetta", guidata da Roberto Pansini, nominato International Ambassador della Società Madonna dei Martiri — e l'Associazione Molfettesi nel Mondo presieduta da Angela Amato, da anni impegnate nel tenere vivo il filo diretto tra le due sponde dell'Atlantico.

Un nome dietro la nascita della comunità: Domenico Catacchio


Chi furono i molfettesi che, un secolo fa, seppero trasformare un gruppo di emigrati in una comunità organizzata e capace di tramandare la propria devozione? Una testimonianza diretta arriva da un testo poco conosciuto ma prezioso: Corrado il Santo e Zibaldone di scritti vari, scritto da Pasquale Catacchio e pubblicato a Molfetta dall'editore Mezzina (1963).

Nel capitolo dedicato agli "emigrati molfettesi di Hoboken", l'autore ricostruisce come, negli anni difficili del fascismo, fu l'avvocato Domenico Catacchio a incoraggiare molti concittadini a emigrare verso la libera America. Una volta a Hoboken, Catacchio si adoperò per dare struttura e voce alla comunità: promosse un Segretariato del Popolo e un'Unione dei Molfettesi, aiutando gli emigrati a conoscere e far valere i propri diritti civili. Fu proprio nel rafforzarsi di questi legami comunitari, racconta il testo, che si intensificò anche la devozione condivisa alla Madonna dei Martiri, celebrata a Hoboken con la solenne processione della statua.

Dall'impegno di Catacchio nacque anche la Catacchio Management Corporation, una struttura che offriva agli emigrati servizi di cambio valuta, trasferimento di denaro, documenti di viaggio e assistenza per l'emigrazione — segno di un ruolo di riferimento pratico, oltre che simbolico, per l'intera comunità. Il libro racconta inoltre che Catacchio morì a Roma nel luglio 1955, dopo un intervento chirurgico, e che la sorella Ippolita ne proseguì l'opera benefica, arrivando a presiedere l'Associazione Nazionale Famiglie Emigrati per la provincia di Bari.

Resta materia per un approfondimento storico più ampio chiarire se il suo ruolo fosse quello di vero e proprio fondatore della Società Madonna dei Martiri, o piuttosto quello — comunque decisivo — di collante e organizzatore della comunità molfettese proprio negli anni in cui quella devozione si stava radicando stabilmente sull'altra sponda dell'Atlantico.

La Strana Sensazione torna a Hoboken dopo 15 anni

Tra gli appuntamenti più attesi del centenario c'è stato il ritorno sul palco americano de La Strana Sensazione, storica formazione musicale molfettese nata nel 1973 e oggi punto di riferimento della scena live cittadina. Il gruppo si era già esibito all'Hoboken Italian Festival nel 2011: il concerto del 2026 arriva quindi esattamente a quindici anni di distanza da quella prima tournée statunitense, un dettaglio che rende il ritorno ancora più significativo per il pubblico, tra molfettesi di prima generazione e le generazioni successive cresciute in America.


Il tour 2026 della band, promosso insieme all'Associazione Culturale "Musica e Tradizioni" di Molfetta e al Gruppo Fratres "Don Tonino Bello" di Molfetta, ha toccato Hoboken e New York nel periodo 11-17 settembre, in concomitanza con le celebrazioni del centenario del festival — proprio mentre a Molfetta, l'8 settembre, si viveva il momento clou della festa patronale. Una coincidenza di date che, ancora una volta, racconta due comunità che vivono la stessa devozione a distanza di pochi giorni e migliaia di chilometri.

Uno sguardo al futuro

Al di là dei festeggiamenti di quest'anno, il legame tra Molfetta e la comunità italoamericana del New Jersey resta un filo che si rinnova di continuo — attraverso il possibile futuro gemellaggio con Hoboken, il gemellaggio già attivo con Little Ferry, gli scambi di delegazioni e, soprattutto, momenti come questo, in cui la fede e la musica riportano a casa, anche solo per qualche giorno, chi ha portato Molfetta dall'altra parte dell'oceano.

Domande Frequenti (FAQ)

Che cos'è l'Hoboken Italian Festival e quando si svolge? È la tradizionale festa dedicata alla Madonna dei Martiri organizzata dalla comunità molfettese a Hoboken, nel New Jersey. Si tiene ogni anno a settembre (dal 10 al 13 settembre nell'edizione del centenario 2026) e culmina con la processione e la benedizione della flotta sul fiume Hudson.

Qual è l'origine della devozione alla Madonna dei Martiri a Hoboken? La tradizione è stata portata dagli emigrati molfettesi giunti nel New Jersey nei primi decenni del Novecento. Attorno al 1926-1927 nacque la Società Madonna dei Martiri per preservare le radici religiose e culturali della comunità.

Esiste un gemellaggio ufficiale tra Molfetta e Hoboken? Al momento non è ancora stata approvata una delibera ufficiale di gemellaggio con Hoboken, sebbene il tema sia stato discusso in Consiglio Comunale. Molfetta è invece ufficialmente gemellata dal 2015 con la vicina cittadina di Little Ferry.

Chi era Domenico Catacchio e che ruolo ha avuto per gli emigrati molfettesi? L'avvocato Domenico Catacchio fu una figura chiave per la comunità d'oltreoceano: aiutò molti concittadini a integrarsi negli Stati Uniti fondando il Segretariato del Popolo e la Catacchio Management Corporation per offrire assistenza legale, sociale e finanziaria.


Hoboken Italian Festival: A Century of Faith, Music, and Memories Between Molfetta and America

by Miriana Catacchio

giovedì 17 settembre 2026

Simona Carannante, la voce che non si è mai spenta


di Antonio Auricchio

Dalle poesie scritte da bambina al palcoscenico, dal cinema a 26 anni alla maternità e all’insegnamento. Poi il ritorno alla scrittura con L’Ultima Voce della Sibilla. La storia di un’autrice dei Campi Flegrei per la quale, dopo vent’anni, strade apparentemente lontane sembrano tornare a incontrarsi.

POZZUOLI – Napoli- ITALIA Ci sono vocazioni che esplodono subito e altre che attraversano silenziosamente una vita intera, aspettando il momento in cui tutte le esperienze accumulate trovino finalmente un punto d’incontro.

Quella di Simona Carannante, autrice puteolana de L’Ultima Voce della Sibilla, comincia molto prima del suo ultimo libro. Comincia da bambina, quando scrive poesie, danza, interpreta e sale sui palcoscenici scoprendo una sensazione destinata a non abbandonarla più: raccontare storie, attraverso parole, corpo e immagini, è il luogo nel quale si sente a casa.

«Scrivevo già da piccola. Le poesie erano un modo naturale di esprimermi. Ho partecipato anche a concorsi letterari, tra cui uno che raccoglieva 767 autori. Contemporaneamente c’erano la danza, il palcoscenico, l’interpretazione. Allora non avrei saputo mettere insieme tutte queste cose. Oggi mi accorgo che appartenevano probabilmente alla stessa parte di me».

Il cinema a 26 anni

Quella passione trova presto una forma concreta. Carannante studia interpretazione all’Actor’s Center di Roma e Milano con Michael Margotta, approfondendo il metodo Stanislavski, la costruzione del personaggio e l’analisi del testo.

Nel 2006, a 26 anni, arriva davanti alla macchina da presa come protagonista del film L’Ultima Stella. Potrebbe essere l’inizio di una strada già tracciata. Seguono altri provini e, racconta, anche la selezione per un progetto al quale avrebbe preso parte Luca Ward.

Ma qualcosa si ferma.

«Ero giovane e avevo ancora paure e pregiudizi rispetto al mondo del cinema. Avevo anche un’idea molto forte della famiglia e della vita che desideravo costruire. Oggi non giudico quella ragazza: fece le scelte che in quel momento sentiva di poter fare».

Il cinema si allontana. Almeno apparentemente.

Gli anni della vita - Nello stesso 2006 Carannante consegue la laurea in Lingue e Letterature Straniere all’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”. Seguiranno un Master in Direzione e Strategie d’Impresa, diversi percorsi professionali, l’insegnamento, la formazione, l’orientamento dei giovani e la progettazione culturale.

Nel 2008 pubblica Storie di un Bilancio. La scrittura narrativa e poetica continua ad accompagnarla anche quando la quotidianità sembra portarla altrove.

Poi diventa madre. Oggi suo figlio ha 15 anni.
Lavoro, famiglia e responsabilità occupano inevitabilmente lo spazio che prima apparteneva anche al palcoscenico e alla macchina da presa.

Eppure qualcosa rimane.
«Ci sono stati momenti nei quali ho pensato di essermi allontanata dalla mia strada. Ma quella voce dentro di me non si è mai spenta. Potevo cambiare lavoro, avere altre priorità, non trovarmi più su un set. Continuavo però a scrivere, immaginare, osservare le persone. Continuavo a vedere storie».

«Quando scrivo, vedo»
È proprio il verbo vedere a raccontare forse meglio di qualsiasi curriculum il legame rimasto tra scrittura e cinema.

«Quando scrivo non arrivano soltanto le parole. Vedo le scene. Vedo i personaggi muoversi, immagino i luoghi, la luce, un’espressione, persino i silenzi. A volte ho la sensazione di assistere alla scena prima ancora di averla terminata sulla pagina».

Poesia, danza, interpretazione, cinema e letteratura smettono allora di apparire esperienze scollegate.

Sembrano linguaggi differenti attraverso i quali, negli anni, la stessa esigenza creativa ha continuato a cercare spazio.

E forse proprio gli anni apparentemente più lontani dal cinema hanno aggiunto qualcosa.

«Per molto tempo ho pensato che stessi facendo altro. Oggi penso invece che stessi vivendo. E vivere mi ha dato ciò che a 26 anni non potevo avere: persone incontrate, responsabilità, felicità, paure, fragilità. Se avessi continuato allora, probabilmente avrei raccontato altre storie. Oggi scrivo con tutto quello che sono diventata».


Il ritorno della Sibilla

C’è poi Pozzuoli. -  Ci sono i Campi Flegrei.

Cuma, il Lago d’Averno, la Solfatara, Baia, il Rione Terra. Un paesaggio nel quale acqua, fuoco, vulcani, rovine e mito convivono con la quotidianità di migliaia di persone.

È da questa terra che emerge L’Ultima Voce della Sibilla.

La figura antica diventa il punto d’incontro tra memoria personale, mito, identità e territorio.

«La Sibilla appartiene alla mia terra, ma allo stesso tempo può parlare a tutti. Ci mette davanti a ciò che non riusciamo a controllare completamente: il futuro, il destino, la paura. Qui il passato non è qualcosa di lontano. È nelle pietre, nel paesaggio, sotto i nostri piedi. E forse, mentre cercavo la sua voce, stavo ritrovando anche la mia».

Nei Campi Flegrei, del resto, persino l’immobilità è un’illusione.

«Viviamo in una terra che respira. A volte quasi ce ne dimentichiamo, poi è lei stessa a ricordarcelo. Qui bellezza e fragilità convivono continuamente. Crescere con questa consapevolezza credo abbia influenzato profondamente anche il mio modo di guardare la vita».

Il parallelismo con il suo percorso è inevitabile: anche ciò che per anni sembrava immobile, in realtà, continuava a muoversi sotto la superficie.

Una storia ancora aperta

Oggi Carannante non separa più nettamente la scrittrice dalla donna che ha conosciuto il cinema.

«Quando scrivo vedo. Immagino i volti, i movimenti, i luoghi, la luce. Non so quale forma potranno assumere domani le storie che sto scrivendo e non voglio stabilirlo prima. Saranno il lavoro, gli incontri e il tempo a decidere fin dove potranno arrivare».

L’Ultima Voce della Sibilla, del resto, nasce dentro un universo fortemente visivo: il Mediterraneo, le grotte, l’acqua e il fuoco, le rovine, il sottosuolo, il mito e una terra che continua a muoversi sotto la vita degli uomini.

Un immaginario profondamente flegreo, ma costruito intorno a domande che non appartengono soltanto ai Campi Flegrei.

Alla fine rimane una domanda.

Che cosa direbbe oggi Simona Carannante alla ragazza di 26 anni che si trovava davanti a una macchina da presa?

«Le direi di avere meno paura. Ma non le chiederei di cancellare ciò che è venuto dopo, perché senza quella vita non sarei la donna che sono. Non avrei mio figlio, non avrei incontrato tante persone, non avrei conosciuto certe fragilità e probabilmente non scriverei nello stesso modo».

Le direi soltanto: fidati.

Quella voce non se ne andrà».
Forse è qui che si ricompongono i pezzi.
La bambina che scriveva poesie. Il palcoscenico. La giovane attrice. La laureata. L’insegnante. La madre. La progettista culturale. L’autrice.
Non vite differenti, ma capitoli della stessa storia.
E forse Simona Carannante non sta davvero tornando a qualcosa che aveva lasciato.
Forse ci stava andando incontro da vent’anni.
Nei Campi Flegrei la Sibilla interrogava ciò che ancora doveva accadere.
Questa volta non serve chiederle di predire il futuro.
La parte più interessante della storia potrebbe essere proprio quella che deve ancora essere scritta.