domenica 11 ottobre 2026

Liste d'attesa: quando la sanità non arriva in tempo, quali diritti ha davvero il cittadino?

Dalla visita fissata quando ormai non serve più all’impossibilità di trovare un appuntamento nei tempi indicati dal medico: il problema non è soltanto quanto bisogna aspettare, ma cosa succede quando l'attesa rende di fatto inutile una prestazione sanitaria.

di Miriana Catacchio

C’è una frase che un cittadino non dovrebbe mai sentirsi dire quando ha in mano una prescrizione sanitaria: “Non ci sono disponibilità”.

Perché dietro quelle quattro parole può esserci molto più di un semplice problema organizzativo. Può esserci una visita rimandata di mesi, un esame che perde la sua utilità clinica, una diagnosi che arriva troppo tardi o, nei casi più gravi, la necessità di rinunciare alle cure perché il costo del privato non è sostenibile per il bilancio familiare.

Il problema delle liste d’attesa è noto da anni e occupa ciclicamente il dibattito pubblico. Ma la vera domanda, quella sostanziale, è un’altra: quando il Servizio Sanitario pubblico non riesce a garantire una prestazione nei tempi previsti dalla legge, che cosa può concretamente fare il cittadino?

È da questo interrogativo che parte la nostra inchiesta.

Il caso simbolo: l'esame prescrittivo fissato dopo il parto

Un caso recente ha riportato il tema all’attenzione nazionale con disarmante chiarezza. A Salerno una donna incinta, arrivata al sesto mese di gravidanza, si è rivolta al Centro Unico di Prenotazione (CUP) per fissare un’ecografia morfologica. La prima disponibilità comunicata dagli operatori sarebbe stata nel gennaio 2027: un momento in cui la gravidanza sarebbe già terminata da tempo.

La vicenda, documentata dalle agenzie di stampa, ha suscitato un’ondata di indignazione perché non si tratta di una prestazione generica o differibile a piacimento: l’ecografia morfologica del secondo trimestre deve essere eseguita in una precisa e ristretta finestra biologica. Una prenotazione fissata dopo il parto non rappresenta una semplice attesa prolungata, ma annulla del tutto il senso e l'utilità clinica dell’esame.

Di fronte al rifiuto nei fatti del servizio pubblico, la donna si è vista costretta a rivolgersi alla sanità privata. Ed è qui che si apre il nodo centrale che riguarda milioni di italiani: se il servizio pubblico non garantisce la prestazione quando serve, chi deve sostenere il costo dell'alternativa?

La legge esiste, ma la burocrazia la rende un ostacolo

Una risposta normativa chiara in realtà esiste ed è definita dal Decreto Legislativo 29 aprile 1998, n. 124. L’articolo 3 stabilisce che le Regioni devono fissare i tempi massimi entro cui erogare le prestazioni. La stessa norma individua uno strumento preciso di garanzia: se la ASL non è in grado di garantire la visita nei tempi previsti, il cittadino ha diritto a richiedere che la prestazione venga erogata in regime di attività libero-professionale intramuraria (la cosiddetta intramoenia), sostenendo esclusivamente il costo del ticket e lasciando la differenza di tariffa a carico dell'azienda sanitaria. Per i soggetti esenti, l'intera prestazione deve essere coperta dalla ASL.

Tuttavia, esiste un equivoco diffuso che trae in inganno molti utenti: la legge non concede la possibilità di prenotare autonomamente presso un medico privato a propria scelta, pagare la fattura e poi pretenderne il rimborso a posteriori. La procedura deve essere preventivamente attivata e autorizzata secondo i canali formali stabiliti dalla propria Azienda Sanitaria e dalle disposizioni regionali.

Il nuovo Piano Nazionale 2026-2028 e le classi di priorità

Il quadro normativo ha visto un passaggio fondamentale con l'adozione del nuovo Piano Nazionale di Governo delle Liste d’Attesa (PNGLA 2026-2028), adottato dal Ministero della Salute il 26 giugno 2026 e pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 24 agosto 2026. Il provvedimento rafforza l'integrazione dei CUP, il monitoraggio delle agende e impone percorsi di tutela uniformi.

Per le prestazioni ambulatoriali di primo accesso vengono confermate le quattro classi fondamentali di priorità, che ogni medico prescrittore deve obbligatoriamente indicare sulla ricetta insieme al quesito diagnostico:

  • U (Urgente): da erogare entro 72 ore;
  • B (Breve): da erogare entro 10 giorni;
  • D (Differibile): entro 30 giorni per le visite specialistiche ed entro 60 giorni per gli accertamenti diagnostici;
  • P (Programmata): da erogare entro 120 giorni.

L'esistenza di queste classi dimostra che l'attesa non è una variabile indistinta. Il sistema sanitario non ha il solo compito di trovare un posto generico, ma deve garantire un appuntamento che sia clinicamente compatibile con la patologia del paziente.

La piaga delle "agende chiuse"

Accanto ai ritardi strutturali si colloca il fenomeno illegale delle cosiddette "agende chiuse": l'impossibilità totale di prenotare perché il sistema informatico non mostra date disponibili o blocca l'accesso alle liste.

Il Ministero della Salute ha ribadito più volte che la sospensione delle prenotazioni è vietata dalla legge. Il nuovo PNGLA 2026-2028 punta proprio a eliminare questo blocco imponendo la trasparenza e l'integrazione totale dei sistemi di prenotazione. Tuttavia, se il cittadino non conosce i propri diritti o non sa a quale ufficio inoltrare un reclamo formale, le norme rischiano di rimanere semplici enunciati sulla carta.

I dati della rinuncia: la sanità a due velocità

I dati ufficiali Istat fotografano la dimensione sociale del problema. Nel 2024 il 9,9% della popolazione italiana — circa 5,8 milioni di cittadini — ha dichiarato di aver dovuto rinunciare a visite o accertamenti specialistici necessari. La motivazione principale è riconducibile proprio alla lunghezza insostenibile delle liste d’attesa (6,8% della popolazione), seguita dalle difficoltà economiche.

Nello stesso periodo è cresciuta la quota di persone che hanno pagato interamente di tasca propria (out-of-pocket) l'ultima prestazione specialistica, passando dal 19,9% del 2023 al 23,9% del 2024. Questo travaso verso il privato crea un sistema discriminatorio: chi ha le disponibilità finanziarie risolve il problema pagando, chi non le ha è costretto ad aspettare, col rischio che la propria salute peggiori.

I segnali di ripresa: i dati AGENAS 2026

Un'inchiesta rigorosa deve saper analizzare il quadro nella sua interezza, compresi gli sforzi organizzativi in atto. I dati diffusi da AGENAS relativi al primo semestre 2026 mostrano un incremento dei volumi complessivi erogati dal Servizio Sanitario Nazionale rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente: le prenotazioni monitorate sono salite da 13,3 a 14,9 milioni, con oltre 1,6 milioni di prestazioni in più erogate entro i tempi limite.

AGENAS evidenzia miglioramenti nel rispetto dei tempi soprattutto per le classi di priorità Urgente (U) e Breve (B). Si tratta di segnali positivi che dimostrano come il sistema non sia immobile, anche se le medie nazionali nascondono spesso profonde sperequazioni tra le varie Regioni.

Le sei proposte per una riforma reale

Per superare l'emergenza non basta stanziare risorse a pioggia; occorre riorganizzare i processi operativi attraverso interventi strutturali:

  1. Unico sistema di prenotazione reale: Integrare nei CUP tutte le agende della sanità pubblica e del privato accreditato, evitando al cittadino estenuanti ricerche tra diverse strutture.
  2. Attivazione automatica della tutela: Se il CUP rileva che la prima data disponibile supera il limite della classe di priorità, la procedura di garanzia (intramoenia o struttura convenzionata) deve scattare in automatico senza che sia il cittadino a dover presentare moduli o PEC.
  3. Blocco informatico delle prenotazioni incompatibili: I sistemi informatici devono riconoscere le prestazioni tempo-dipendenti (come le ecografie ostetriche), impedendo la generazione di date cliniche prive di senso.
  4. Trasparenza totale sui dati pubblicati: Rendere consultabili i tempi medi reali, il numero di prestazioni erogate nei termini e quelle sforate, suddivise per presidio sanitario.
  5. Procedura di garanzia unica e semplificata: Eliminare le difformità regionali, consentendo all'utente di attivare il percorso di tutela direttamente dal portale di prenotazione con un semplice passaggio.
  6. Monitoraggio della domanda sommersa: Registrare non solo le prestazioni completate, ma anche i tentativi falliti, le agende bloccate e le rinunce formali per misurare il reale fabbisogno della popolazione.
Ascolta il servizio esclusivo su Youtube:

📦 BOX PRATICO: COSA FARE SE IL CUP NON GARANTISCE I TEMPI

Se la data proposta dal CUP supera i giorni previsti dalla classe di priorità (U, B, D, P) indicata sulla ricetta, puoi seguire questi passaggi:

  1. Verifica la ricetta: Assicurati che il medico di base abbia inserito il quesito diagnostico e barrato la lettera di priorità corretta.
  2. Richiedi la ricevuta di prenotazione: Fatti rilasciare la stampa che attesta la prima data disponibile comunicata dal CUP e l'eventuale indisponibilità di posti entro i limiti.
  3. Invia l'istanza di tutela: Compila il modulo di richiesta per l'accesso alle prestazioni in regime di attività libero-professionale (ex D.Lgs. 124/1998).
  4. Inoltra la PEC alla ASL: Spedisci la richiesta alla Direzione Generale e all'Ufficio Relazioni con il Pubblico (URP) della tua ASL prima di rivolgerti a strutture private a pagamento.
  5. Attendi la presa in carico: L'Azienda Sanitaria dovrà riprogrammare la visita in tempi congrui o autorizzare la prestazione in intramoenia applicando il solo costo del ticket.

In breve

  • Le liste d'attesa rappresentano una barriera all'accesso alle cure: nel 2024 circa 5,8 milioni di italiani hanno rinunciato a prestazioni sanitarie.
  • Il nuovo PNGLA 2026-2028 disciplina il governo dei tempi e ribadisce l'illegittimità delle agende chiuse.
  • Il D.Lgs. 124/1998 garantisce il diritto alle prestazioni in intramoenia al costo del ticket quando i tempi massimi non vengono rispettati.
  • L'accesso a queste tutele richiede un'attivazione formale preventiva e non corrisponde a un rimborso automatico delle visite private.

FAQ - Domande Frequenti

Cosa succede se l'operatore del CUP mi dice che le agende sono bloccate? La chiusura delle agende è espressamente vietata dalla legge. In questo caso è opportuno richiedere una dichiarazione scritta dell'impossibilità di prenotare e segnalare l'accaduto alla Direzione Sanitaria della ASL e ai servizi di tutela dei diritti del cittadino.

Se vado privatamente senza avvisare la ASL posso chiedere il rimborso delle spese? No. La normativa prevede che sia l'Azienda Sanitaria ad autorizzare ed erogare la prestazione in regime di attività libero-professionale al costo del ticket. Le spese sostenute in autonomia presso privati non sono rimborsabili a posteriori.

Come posso richiedere formalmente la visita in intramoenia al costo del ticket se il CUP supera i tempi? È necessario presentare alla Direzione Generale della propria ASL il modulo di richiesta per l'accesso alle prestazioni in ALPI (Attività Libero-Professionale Intramuraria), strutturato secondo l'art. 3, comma 13 del D.Lgs. 124/1998. Il modello permette al cittadino di esigere l'erogazione della prestazione nei tempi previsti dalla classe di priorità al solo costo del ticket (se dovuto), allegando la ricetta medica e l'attestazione delle date fornite dal CUP.

📄 Scarica e visualizza il Modulo di Istanza di Tutela (D.Lgs. 124/1998)

Utilizza questo modello ufficiale per richiedere l'erogazione della prestazione in regime di Attività Libero-Professionale Intramuraria (ALPI) al solo costo del ticket, qualora il CUP non rispetti i tempi massimi previsti dalla tua classe di priorità.

Pietro Mazzuca e la storia da rileggere: il confronto con Mario Di Gregorio sul libro Verità svelate


La storia, la propaganda, le guerre e il rapporto tra verità ufficiale e ricerca documentale. Sono questi alcuni dei temi al centro dell’intervista realizzata da Mario Di Gregorio per Idea News Magazine a Pietro Mazzuca, autore del nuovo saggio “Verità svelate, guerre raccontate per i libri di storia”.

Un libro che nasce, secondo quanto raccontato dall’autore, da un lungo percorso di ricerca e studio e che propone al lettore un approccio volutamente critico nei confronti di alcune ricostruzioni storiche consolidate.

La storia tra documenti, testimonianze e interpretazioni

Ad aprire l’intervista è proprio il tema della ricerca storica. Mario Di Gregorio presenta Mazzuca come autore di numerosi saggi dedicati a fatti e misteri italiani e gli chiede di ripercorrere il cammino che lo ha portato ad occuparsi sempre più direttamente della storia e della sua narrazione.

Mazzuca racconta un percorso iniziato professionalmente in ambito economico e successivamente orientato verso lo studio di documenti, fotografie, testimonianze e materiali d’archivio.

È da questo metodo di ricerca che nasce anche il nuovo volume, che l’autore presenta come il risultato di circa vent’anni di lavoro.

“Verità svelate, guerre raccontate per i libri di storia” affronta un arco temporale molto ampio e, nella prospettiva proposta dall’autore, mette in discussione alcune ricostruzioni che sarebbero state tramandate nel tempo senza un sufficiente confronto con le fonti.

Il punto centrale, tuttavia, non viene presentato da Mazzuca come la semplice sostituzione di una verità ufficiale con una nuova verità definitiva. Al contrario, il messaggio conclusivo dell’intervista è un invito al dubbio, alla verifica e al confronto.


Le guerre e il “casus belli”

Uno dei passaggi centrali dell’intervista riguarda il modo in cui, secondo Mazzuca, le guerre sarebbero state precedute dalla costruzione di motivazioni utilizzate per giustificarle.

Nel libro vengono affrontati episodi appartenenti a epoche molto diverse: dalla storia antica fino alle guerre contemporanee, passando per alcuni dei momenti più controversi della storia del Novecento.

Mazzuca richiama, tra gli altri, il Golfo del Tonchino, la Seconda guerra mondiale, Hiroshima e Nagasaki, il caso Moro e diversi episodi della storia italiana.

Su questi argomenti l’autore propone una lettura fortemente critica delle versioni consolidate, sostenendo di aver raccolto documenti, fotografie e testimonianze a sostegno delle proprie tesi.

È importante sottolineare che, nel corso dell’intervista, tali ricostruzioni vengono esposte dall’autore e rappresentano le sue interpretazioni e conclusioni di ricerca. Non tutte le affermazioni citate appartengono al patrimonio delle ricostruzioni storiche comunemente accettate e alcune sono oggetto di forte controversia.

Il dubbio come strumento di ricerca

È forse questo il passaggio più interessante dell’intera conversazione.

Al di là delle singole tesi contenute nel libro, l’invito rivolto al lettore è quello di non accettare automaticamente una ricostruzione soltanto perché consolidata o ripetuta nel tempo.

Durante l’intervista Mazzuca insiste infatti sulla necessità di confrontare le fonti e di sviluppare un pensiero autonomo.

Un concetto che Mario Di Gregorio riprende nella parte conclusiva dell’intervista, sottolineando come il libro non venga presentato come una raccolta di “verità definitive”, ma come un’inchiesta capace di installare nel lettore il dubbio e spingerlo ad approfondire.

La propaganda e la paura

Un altro tema affrontato è quello della propaganda.

Secondo Mazzuca, la propaganda può diventare uno strumento particolarmente efficace quando riesce a condizionare la capacità delle persone di mettere in discussione ciò che viene loro raccontato.

Nella sua riflessione l’autore collega questo tema alla paura, considerata uno degli strumenti più potenti attraverso i quali è possibile influenzare il comportamento collettivo.

Il riferimento alla propaganda di guerra porta quindi l'intervista su un terreno che non riguarda soltanto il passato, ma anche il modo in cui le informazioni vengono interpretate nel presente.

E proprio qui emerge uno degli interrogativi più attuali della conversazione: quanto siamo realmente capaci di distinguere un fatto documentato da un'interpretazione, una ricostruzione storica da una narrazione costruita?

Una domanda che, nell'epoca della comunicazione digitale e della moltiplicazione delle fonti, assume un peso ancora maggiore.

Un libro che vuole far discutere

“Verità svelate, guerre raccontate per i libri di storia” è dunque un volume destinato inevitabilmente a suscitare discussioni.

L’autore propone una lettura revisionista e fortemente critica di numerosi episodi storici, sostenendo di aver raccolto nel corso degli anni documentazione utile a mettere in discussione alcune versioni consolidate.

Il valore dell’intervista realizzata da Mario Di Gregorio sta anche nella possibilità di ascoltare direttamente Mazzuca e comprendere il percorso attraverso il quale è arrivato alle proprie conclusioni.

Per chi condivide le sue tesi e per chi, al contrario, intende contestarle, resta un elemento fondamentale: verificare le fonti.

Ed è proprio questo il terreno sul quale una discussione storica può diventare realmente utile. Non l'accettazione acritica di una versione, qualunque essa sia, ma il confronto tra documenti, studi, testimonianze e interpretazioni.

Il libro e il lavoro di Pietro Mazzuca

Nel corso dell’intervista Mazzuca ricorda inoltre che il volume è disponibile nelle librerie e online e indica il proprio sito personale e i propri canali social come strumenti attraverso i quali conoscere meglio il suo lavoro.

“Verità svelate, guerre raccontate per i libri di storia” si presenta quindi come un saggio destinato a chi vuole confrontarsi con una lettura alternativa della storia e, soprattutto, a chi è disposto a porsi domande.

Perché il dubbio, quando nasce dalla ricerca delle fonti e non dal semplice rifiuto delle conoscenze acquisite, può essere un punto di partenza. Ma proprio per questo deve essere accompagnato da metodo, documentazione e verifica.

L’intervista completa di Mario Di Gregorio a Pietro Mazzuca è disponibile su YouTube.

A cura di Idea News Magazine
Intervista realizzata da ing. Mario Di Gregorio
Produzione Idea News Magazine – Circuito Airplay

giovedì 8 ottobre 2026

“Window Display nel Mondo” compie dieci anni: lunedì a Roma il decennale al Ministero delle Imprese e del Made in Italy

Il 12 ottobre 2026, nella prestigiosa Sala degli Arazzi, l’appuntamento promosso dall’Associazione Vetrinisti & Visual Europei celebrerà dieci anni dedicati alla vetrinistica, al Visual Merchandising, alla formazione, alla creatività e alla valorizzazione del Made in Italy.


Tutto pronto per il decennale di “Window Display nel Mondo”. Lunedì 12 ottobre 2026, alle ore 11.00, nella prestigiosa Sala degli Arazzi del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, in Via Veneto 33 a Roma, l’Associazione Vetrinisti & Visual Europei celebrerà dieci anni di creatività, formazione, crescita e internazionalizzazione attraverso il mondo delle vetrine.


Un appuntamento particolarmente significativo, dedicato alla vetrinistica, al Visual Merchandising e alle professionalità che, attraverso il proprio lavoro, contribuiscono quotidianamente alla valorizzazione del Made in Italy.


Il Cav. Giuseppe Marco Pasquarella, Presidente dell’Associazione Vetrinisti & Visual Europei, insieme al Direttivo, ha lavorato alla realizzazione di un evento che vuole rappresentare non soltanto la celebrazione di un importante traguardo, ma anche un momento di confronto sul presente e sul futuro del settore.


La giornata ripercorrerà dieci anni di attività, mettendo al centro il percorso compiuto nel campo della formazione, della crescita professionale e dell’internazionalizzazione e valorizzando il ruolo dei professionisti e delle diverse realtà che operano nel mondo della vetrinistica e del Visual Merchandising.


Nel corso dell’evento saranno assegnati riconoscimenti nelle categorie Scuole, Concorso Vetrine 2026, Partner, Benemerenze Professionali e Istituzionali, Internazionale, Maestro d’Arte, Arte, Storytelling, Comunicazione, Giornalismo, Fotografia di Moda e Vetrina Internazionale.


Il decennale sarà inoltre un’occasione per sottolineare l’importanza della formazione, dell’innovazione tecnologica e delle nuove competenze, insieme alla necessità di rafforzare la collaborazione tra professionisti, scuole, imprese e istituzioni.


Al centro resta la vetrina, riconosciuta non soltanto come elemento estetico o commerciale, ma come vero strumento di comunicazione e cultura, capace di raccontare un prodotto, interpretare un territorio e contribuire alla valorizzazione dell’identità italiana.

L’appuntamento di lunedì 12 ottobre al Ministero delle Imprese e del Made in Italy rappresenterà così un importante traguardo e, allo stesso tempo, un nuovo punto di partenza verso i prossimi dieci anni, con l’obiettivo di continuare a sostenere la crescita professionale e rafforzare la dimensione internazionale del settore.

Dieci anni di storia, un futuro da costruire insieme.

venerdì 2 ottobre 2026

Alzheimer, quando la cura diventa responsabilità condivisa: alla Banca di Credito Cooperativo di Ostuni il confronto su fragilità, autonomia e dignità

mercoledì 30 settembre 2026

La Moldova in Fiera del Levante a Bari: diplomazia economica, turismo e nuove opportunità tra il Paese e la Puglia

La partecipazione alla Campionaria rafforza il percorso di cooperazione tra la Repubblica di Moldova e il territorio pugliese. Il Console Onorario Domenico De Candia: «dalla logistica agli investimenti, dal turismo alla cultura, la Fiera diventa uno spazio privilegiato per costruire nuove relazioni e trasformarle in opportunità concrete»

La Repubblica di Moldova rinnova alla Fiera del Levante di Bari il proprio impegno nel rafforzamento delle relazioni istituzionali, economiche e culturali con la Puglia e l’Italia, puntando sulla costruzione di una rete sempre più articolata tra istituzioni, imprese, operatori e territori.

Una presenza che assume un significato particolare alla luce del tema della Campionaria, «Il dialogo parte da Levante. Imprese, popoli e culture al centro del Mediterraneo», e che per il Console Onorario della Repubblica di Moldova per Puglia, Basilicata e Molise, Domenico De Candia, ha rappresentato un’occasione per guardare non soltanto alle relazioni già costruite, ma soprattutto alle prospettive future.

«Parliamo di Levante e noi siamo un Paese al Levante rispetto all’Italia – ha sottolineato De Candia –. In questo momento c’è una grande attenzione verso questa parte del mondo per tutto quello che sta succedendo, ma soprattutto per quello che sarà il momento della ricostruzione in Ucraina».

Ha proseguito «Anche grazie alle iniziative e alle attività della Fiera del Levante stiamo creando una rete di contatti fondamentali per quelle che saranno le attività future».

Le opportunità economiche, turistiche e culturali

L’obiettivo è anche quello di raccontare una Moldova ancora poco conosciuta in Italia, andando oltre l’immagine tradizionalmente associata al Paese e mettendone in evidenza le opportunità economiche, turistiche e culturali.

Un percorso che negli ultimi anni ha trovato un importante strumento anche nei collegamenti tra la Puglia e la capitale moldava.

«Abbiamo avuto il vantaggio di avere per circa sei mesi dei collegamenti diretti da Bari a Chisinau. Attraverso questa importante iniziativa voluta da Aeroporti di Puglia abbiamo avuto la possibilità di far conoscere il Paese non solo dal punto di vista turistico, ma anche di mostrare le possibilità economiche e soprattutto di proiettarle nel futuro», ha spiegato il Console.

Il tema dei collegamenti resta centrale. De Candia ha infatti evidenziato l’impegno per favorire nuovamente una connessione diretta con Chisinau e, nel frattempo, migliorare le soluzioni di viaggio attraverso gli scali intermedi.

Diplomazia economica e nuove reti per le imprese

La Fiera del Levante assume così un ruolo che va ben oltre quello di semplice manifestazione espositiva. Diventa uno strumento di diplomazia economica, capace di mettere in relazione sistemi produttivi, istituzioni e operatori.

«Oggi il vero obiettivo è quello di creare rete – ha affermato De Candia –. Servono questi momenti di incontro, nei quali c’è la possibilità di esprimere quello che si è e quello che si offre, per tessere rapporti che possano trasformarsi in situazioni di business reciproco, sia da una parte sia dall’altra».

Un processo che sta già producendo un crescente interesse. Secondo quanto riferito dal Console, alcune realtà moldave hanno investito o stanno valutando investimenti nel territorio pugliese, con attenzione anche alle province di Lecce, Taranto e Barletta-Andria-Trani. De Candia legge questo fenomeno come il risultato di una reciprocità nella quale conoscenza del territorio, turismo e opportunità economiche possono alimentarsi a vicenda.

Logistica: una rete tra Italia, Moldova, Romania e Georgia

Tra i settori sui quali si concentra maggiormente l’attenzione figura la logistica internazionale. La posizione geografica della Moldova può infatti assumere un ruolo significativo nei nuovi collegamenti tra l’Europa orientale e il sistema economico italiano.

De Candia ha richiamato il lavoro avviato con Italia, Romania e Georgia per costruire una rete infrastrutturale tra porti e aree retroportuali, alla luce dei profondi cambiamenti intervenuti negli equilibri commerciali dell’Europa orientale.

«Stiamo creando una serie di iniziative tese a mettere in rete alcune strutture portuali in Italia, Romania, Georgia e Moldova, attraverso il nostro porto fluviale di Giurgiulești. Questa rete potrà essere un elemento di grande importanza sia per gli approvvigionamenti di natura energetica sia per il passaggio delle merci nel settore agroalimentare».

Dal ruolo amministrativo alla costruzione di opportunità

Nel corso degli anni è cambiata anche la funzione svolta dal Consolato. Alla tradizionale attività di assistenza amministrativa alla comunità moldava si è progressivamente affiancato un lavoro di connessione tra imprese, professionisti e istituzioni.

La crescita delle seconde generazioni, la nascita di aziende fondate da cittadini di origine moldava e lo sviluppo di professionalità soprattutto nei settori tecnologici hanno trasformato le esigenze della comunità e, di conseguenza, anche l’attività consolare.

«Siamo diventati quasi consulenti di questi ragazzi che hanno messo su aziende», ha spiegato De Candia, sottolineando il valore della rete costituita dal sistema consolare presente in Puglia, capace di favorire connessioni che possono andare oltre il territorio regionale e nazionale.

Turismo, cultura e radici comuni

Accanto all’economia trova spazio il turismo, considerato uno dei principali strumenti attraverso i quali favorire una conoscenza reciproca più profonda.

La Moldova punta in particolare sul proprio patrimonio enogastronomico, culturale e religioso. Tra gli elementi richiamati dal Console figurano le grandi cantine moldave, le tradizioni popolari, i monasteri e i luoghi di culto ortodossi, oltre a un patrimonio storico che evidenzia le radici comuni tra Moldova e Italia.

«Porrei l’accento sulla nostra vicinanza in termini di cultura e tradizioni. Abbiamo delle radici comuni e abbiamo una lingua, il rumeno, che è una lingua latina e che sicuramente può essere un punto di incontro».

Un’identità che può diventare anche una nuova leva turistica. De Candia ha indicato, tra le possibili esperienze da proporre ai visitatori italiani, Chisinau, i monasteri ortodossi, il Castello di Soroca e le grandi cantine moldave, affiancando così al turismo enogastronomico una proposta culturale e religiosa. 

Patti di amicizia tra territori

Il rapporto tra Moldova e Puglia passa inoltre attraverso gli enti locali e le comunità presenti sul territorio.

Grazie anche alle associazioni italo-moldave, con una presenza particolarmente attiva nel territorio leccese, sono in corso iniziative finalizzate alla costruzione di patti di amicizia tra Comuni italiani e moldavi, evoluzione delle tradizionali esperienze di gemellaggio.

L’obiettivo è utilizzare anche i programmi comunitari per mettere in relazione le amministrazioni locali dei due Paesi, sviluppando iniziative condivise e creando nuove sinergie culturali e istituzionali.

La Fiera come punto di partenza

La partecipazione alla Campionaria diventa quindi parte di un progetto più ampio. Promozione, diplomazia economica, turismo, cultura, logistica e rapporti tra territori sono i diversi tasselli di una strategia che guarda alla costruzione di relazioni stabili tra la Moldova e la Puglia.

«La Moldova è ancora poco conosciuta e abbiamo parecchio da far scoprire – ha concluso Domenico De Candia –. Sono convinto che la comunicazione abbia avuto un ruolo importante nelle edizioni precedenti e questa è l’edizione che dovrebbe permetterci di fare il salto di qualità».

Festival della Cooperazione Internazionale 2026, presentata in Regione la decima edizione: al centro pace, inclusione e dignità umana

Dal 5 all’11 ottobre una settimana di incontri tra cooperazione internazionale, disabilità, salute, demenze, diritti e cultura. Il coordinatore Franco Colizzi: «Il filo che unisce tutto è la necessità di salvare l’umano nell’uomo»

Dieci anni di dialogo, cooperazione, impegno sociale e costruzione di comunità. È stata presentata presso il Consiglio regionale della Puglia, la X edizione del Festival della Cooperazione Internazionale, in programma dal 5 all’11 ottobre 2026 con il tema «Civiltà dell’amore, civiltà della terra».

Un’edizione che guarda alle grandi fratture del presente – guerre, disuguaglianze, esclusione sociale, fragilità, riduzione degli spazi della cooperazione internazionale – scegliendo di rispondere attraverso una rete di istituzioni, associazioni, organizzazioni del Terzo Settore, professionisti e comunità locali.

Il Festival, coordinato dal medico psichiatra Franco Colizzi, si inserisce anche nella Campagna nazionale per l’inclusione di AIFO e propone un programma articolato tra Ostuni, San Vito dei Normanni, Francavilla Fontana, Latiano e Lucera, con iniziative che intrecciano cooperazione internazionale, pace, disabilità, salute, demenze, diritti umani, cultura e partecipazione.

Il coordinatore del Festival della Cooperazione Internazionale, Franco Colizzi: «Salvare l’umano nell’uomo e costruire relazioni concrete»

Il coordinatore del Festival della Cooperazione Internazionale, Franco Colizzi, ha ricordato come la decima edizione nasca dalla volontà di tenere insieme temi diversi ma profondamente collegati: pace, cooperazione internazionale, disabilità, salute, demenze, diritti e inclusione. L’obiettivo, ha spiegato, è superare la semplice dimensione del confronto teorico e trasformare il Festival in uno spazio capace di creare legami tra istituzioni, associazioni, Terzo Settore e comunità.

«Il Festival non nasce per aggiungere parole alle parole – ha sottolineato Colizzi – ma per provare a costruire relazioni concrete. Il filo che attraversa questa edizione è quello della dignità della persona e della necessità, come ricordava Vasilij Grossman, di salvare l’umano nell’uomo». Una prospettiva che, per Colizzi, deve tradursi in partecipazione, responsabilità condivisa e capacità delle comunità di prendersi cura delle persone più fragili.

«In un tempo in cui cresce la deresponsabilizzazione, dobbiamo tornare a dare valore alla partecipazione. Il Festival vuole essere proprio questo: una piccola fiammella da alimentare, capace di mettere in relazione persone, istituzioni e realtà del Terzo Settore e di trasformare la solidarietà in un impegno concreto» ha spiegato Colizzi.

Dalla guerra alla cooperazione: Ucraina e Palestina al centro del confronto

Uno degli assi principali della decima edizione sarà dedicato alla pace e alla solidarietà internazionale, con particolare attenzione alle popolazioni dell’Ucraina e della Palestina.

Il 5 ottobre a San Vito dei Normanni è previsto un incontro pubblico dedicato alle azioni concrete di cooperazione, con testimonianze, rappresentanti UNICEF, realtà associative e collegamenti internazionali con il Comune ucraino di Kobleve e con Gaza.

Un appuntamento pensato non per affrontare i conflitti soltanto sul piano geopolitico, ma per interrogarsi sulle conseguenze che guerre e violenze producono sulle persone e sulle comunità, soprattutto sui soggetti più vulnerabili.

Nel corso della conferenza stampa è stato ricordato anche il percorso di collaborazione avviato con Kobleve e la volontà di trasformare quel rapporto in forme concrete di sostegno, a partire dai bisogni dei bambini e delle scuole.

Il consigliere regionale Tommaso Gioia: «La Regione al fianco di chi costruisce solidarietà e inclusione»

A sottolineare la necessità di sostenere iniziative capaci di tenere insieme dimensione locale e internazionale è stato il consigliere regionale Tommaso Gioia.

«La Regione Puglia deve continuare a stare al fianco di chi ogni giorno lavora per costruire solidarietà, inclusione e cittadinanza attiva», ha affermato, evidenziando come il Festival affronti questioni che riguardano direttamente il futuro delle nuove generazioni.

«In un tempo segnato da guerre, discriminazioni e nuove insicurezze, iniziative come questa acquistano un valore ancora maggiore: significa contrastare ciò che rischiamo di sottrarre alle future generazioni e rimettere al centro la persona e la dignità umana» ha fatto presente il Consigliere Regionale.

Gioia ha richiamato anche il valore della rete costruita intorno alla manifestazione e la necessità di rafforzare ulteriormente il rapporto tra istituzioni, associazioni e realtà impegnate quotidianamente sui temi dei diritti e dell’inclusione.

Il presidente nazionale di AIFO, Antonio Lissoni: «Lavorare sulle persone significa lavorare sulle comunità

Alla conferenza stampa ha partecipato anche il presidente nazionale di AIFO, Antonio Lissoni, che ha ricordato come «l’azione di AIFO parte dalle persone maggiormente esposte alla discriminazione, con particolare attenzione alle persone con disabilità e alle comunità più vulnerabili nei Paesi in cui l’organizzazione opera».

Il lavoro, però, non si limita al singolo individuo: significa creare consapevolezza dei diritti, favorire l’autonomia e contemporaneamente intervenire sul contesto sociale nel quale la persona vive.

È proprio questa dimensione comunitaria uno degli elementi che lega l’esperienza di AIFO alla filosofia del Festival. «Non può esistere vera inclusione se a cambiare è soltanto la persona fragile e non anche la comunità che la circonda» ha evidenziato Lissoni.

Demenze, una comunità può diventare parte della cura

Ampio spazio sarà dedicato anche al tema delle demenze e al progetto delle Comunità Amiche delle Persone con Demenza, promosso in Italia dalla Federazione Alzheimer Italia.

A illustrarne il significato durante la conferenza stampa è stata Katia Pinto, psicologa e psicoterapeuta e presidente nazionale della Federazione Alzheimer Italia.

Il principio è semplice ma radicale: consentire alla persona con demenza di continuare a vivere nella propria comunità, contrastando isolamento e istituzionalizzazione e formando chi ogni giorno può incontrarla nella vita quotidiana.

Servizi pubblici, scuole, banche, farmacie, supermercati, possono diventare parte di una rete capace di riconoscere i bisogni della persona e accompagnarla senza privarla precocemente della propria autonomia.

«È un progetto di gentilezza, di dignità, di rispetto e di educazione», ha spiegato Pinto, facendo presente come «il valore dell’iniziativa non dipende necessariamente da grandi investimenti economici, ma dalla capacità di una comunità di diventare più consapevole e inclusive».

Il 6 ottobre a Ostuni le Comunità Amiche già attive in Puglia incontreranno il mondo del volontariato, mentre il Festival punta anche a favorire nuove adesioni da parte dei Comuni coinvolti.

Il 7 ottobre il convegno nazionale su salute, inclusione e progetto di vita

Tra gli appuntamenti centrali dell’intera edizione figura il convegno nazionale «Salute e inclusione: progetto di vita indipendente», in programma mercoledì 7 ottobre nella Sala Conferenze della Banca di Credito Cooperativo di Ostuni.

La giornata affronterà due grandi questioni: la riabilitazione e l’abilitazione a vent’anni dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità e il progetto personalizzato e partecipato di vita indipendente previsto dalla riforma italiana sulla disabilità.

Su questo secondo aspetto è intervenuto Francesco Parisi, portavoce del Forum del Terzo Settore della provincia di Brindisi, che ha richiamato le opportunità ma anche le difficoltà concrete legate all’attuazione della nuova normativa.

La provincia di Brindisi rientra infatti tra i territori coinvolti nella fase sperimentale. Il nuovo sistema punta a superare la frammentazione dei percorsi, ponendo al centro un progetto costruito sulla persona e non semplicemente sull’offerta di servizi già disponibile.

Perché la riforma possa funzionare, però, ha rimarcato Parisi durante la conferenza, «occorrono formazione, risorse, capacità di progettazione e soprattutto collaborazione tra istituzioni, servizi sanitari, Terzo Settore, famiglie e cittadini».

La consigliera regionale Isabella Lettori: «I progetti di vita non possono essere dei “copia e incolla”»

Sul nodo della riforma della disabilità è intervenuta anche Isabella Lettori, consigliera regionale, che ha richiamato la necessità di costruire e consolidare una rete provinciale tra istituzioni, Terzo Settore e servizi, indicandola come una delle condizioni necessarie perché la nuova normativa possa tradursi in percorsi realmente efficaci per le persone con disabilità.

«Siamo seriamente preoccupati sulla formazione, perché se non c’è formazione, come si fanno a redigere i progetti di vita? Non possono essere dei “copia e incolla”», ha affermato Lettori.

«Un progetto di vita, ha ricordato, deve partire dalla singola persona e mettere insieme bisogni, aspirazioni, servizi e opportunità presenti nella comunità».

Il comune di Ostuni: «Servono attenzione, sensibilità e partecipazione»

Il rapporto tra istituzioni locali e comunità è stato al centro anche dell’intervento di Giovanni Quartulli, dirigente del Comune di Ostuni, che ha ricordato il sostegno garantito nel corso degli anni al Festival e alle iniziative legate alla disabilità, alle fragilità e alle demenze.

«Accanto alle risorse economiche, ha spiegato Quartulli, esiste una dimensione altrettanto importante: l’attenzione quotidiana alle persone, alle famiglie e al contesto nel quale vivono».

Un principio che attraversa gran parte della decima edizione del Festival: trasformare la comunità perché possa essere realmente accogliente, piuttosto che limitarsi a intervenire quando la fragilità diventa emergenza.

Il comune di Latiano aderisce al Festival: «Un percorso che vogliamo far crescere»

Anche il Comune di Latiano conferma la propria adesione alla decima edizione del Festival della Cooperazione Internazionale. A sottolineare il valore della partecipazione del territorio è stato Giuseppe Mingolla, Presidente del Consiglio Comunale, richiamando l’importanza di rafforzare il rapporto tra istituzioni, associazioni e Terzo Settore sui temi dell’inclusione, della solidarietà e della partecipazione.

«Latiano vuole essere parte di questo percorso, non soltanto per questa edizione ma con l’auspicio che la collaborazione possa proseguire e crescere negli anni. Il Festival rappresenta un’occasione importante per coinvolgere la comunità e costruire insieme una maggiore attenzione verso le persone più fragili e i temi della cooperazione e dell’inclusione».

Non solo convegni: arte, teatro e cultura

Il Festival non sarà soltanto occasione di approfondimento scientifico e sociale.

Nel programma trovano spazio anche arte, teatro, filosofia, musica e momenti di comunità, nella convinzione che la costruzione di una “civiltà dell’amore” passi anche attraverso linguaggi diversi.

Tra gli appuntamenti, la mostra «Donna e Inclusione» dell’artista brasiliana Miriam Duque De Paiva, che attraverso la figura femminile e il rapporto con la terra propone una riflessione sulla generatività, sull’accoglienza e sull’identità.

In programma anche lo spettacolo teatrale «Caino e Abele – Fratello contro fratello», proposto dal laboratorio teatrale dell’organizzazione di volontariato Ali d’Aquila, che attraverso attori con disabilità affronterà i temi della fraternità, della violenza e della nonviolenza.

Il programma comprenderà inoltre incontri dedicati al Convivialismo, alla custodia dell’umano, alla società dell’amore immaginata da Raoul Follereau e al rapporto tra persona, tecnologia e intelligenza artificiale.

Una rete che prova a trasformare i territori

A emergere dalla conferenza stampa è stata soprattutto l’immagine di un Festival che, nel suo decimo anno, prova a superare la dimensione del singolo evento.

La cooperazione internazionale diventa così anche cooperazione tra territori; l’inclusione non riguarda soltanto chi vive una fragilità, ma chiunque abiti una comunità; la pace non viene affrontata soltanto come assenza di guerra, ma come costruzione quotidiana di relazioni, diritti e responsabilità.

Una rete che coinvolge AIFO, RIDS – Rete Italiana Disabilità e Sviluppo, organizzazioni impegnate nella cooperazione e nella disabilità, amministrazioni locali, Terzo Settore, professionisti, scuole e cittadini, con l’obiettivo di trasformare il Festival in un luogo permanente di confronto e azione.

All’evento è intervenuto anche il Console della Repubblica Ceca, Riccardo Di Matteo.

Il programma completo degli appuntamenti sarà disponibile attraverso i canali ufficiali della manifestazione.