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martedì 17 febbraio 2026

Bitonto: Transizione energetica, la Democrazia Cristiana replica al presidente di Cia, Gennaro Sicolo. «Narrazione allarmistica»

Il Capo Dipartimento Nazionale della Democrazia Cristiana, Ignazio Tullo: «Stop alla disinformazione. Agrivoltaico e fotovoltaico sono un’opportunità per agricoltori e cittadini, non una minaccia per il territorio»

La Democrazia Cristiana interviene nel dibattito pubblico acceso dalle recenti dichiarazioni del vicepresidente nazionale e presidente regionale Puglia di CIA-Agricoltori, Gennaro Sicolo, in merito ai progetti agrivoltaici e fotovoltaici previsti nel territorio di Bitonto.

A firmare la replica è Ignazio Tullo, Capo Dipartimento Nazionale della Democrazia Cristiana, che respinge con decisione quella che definisce «una narrazione distorta e allarmistica» sul tema della transizione energetica.

«Non comprendiamo – dichiara Tullo – le ragioni di un accanimento così duro nei confronti della transizione energetica, soprattutto da parte di chi dovrebbe rappresentare e tutelare gli interessi del mondo agricolo. Per anni organizzazioni come Coldiretti e Legambiente hanno riconosciuto il valore strategico degli impianti agrivoltaici. Oggi, invece, assistiamo a una campagna che presenta questi interventi come una minaccia, senza evidenziarne i benefici concreti».

Secondo la Democrazia Cristiana, la transizione energetica rappresenta una leva fondamentale non solo per la sostenibilità ambientale, ma anche per il rilancio economico delle comunità rurali«Gli impianti agrivoltaici – prosegue Tullo – consentono ai proprietari dei terreni di integrare il reddito agricolo, migliorare la produttività e proteggere le colture. Al tempo stesso, contribuiscono ad abbassare il costo dell’energia per famiglie, imprese e industrie. I dati europei dimostrano che nei Paesi dove la transizione è stata attuata con decisione, come la Spagna, i costi dell’energia si sono ridotti in modo significativo. In questa nazione, i cittadini pagano l’energia, 6 centesimi a kilowatt».

La Democrazia Cristiana contesta inoltre l’impostazione comunicativa sui numeri degli espianti. «È doveroso chiarire – afferma Tullo – che gli ulivi eventualmente espiantati verranno ripiantati in numero equivalente nei terreni dei proprietari concedenti. Parlare di distruzione definitiva del patrimonio olivicolo senza spiegare questo aspetto significa fornire un’informazione parziale e fuorviante».

Nel comunicato si sottolinea anche la necessità di una corretta informazione rivolta al mondo agricolo«Molti contadini – evidenzia Tullo – sono impegnati quotidianamente nel lavoro dei campi e non sempre hanno il tempo o gli strumenti per approfondire i dettagli tecnici dei progetti. È responsabilità delle organizzazioni sindacali offrire un’informazione completa e oggettiva, non alimentare timori ingiustificati».

La Democrazia Cristiana chiede trasparenza sugli obiettivi e sulle motivazioni di chi si oppone in maniera così netta ai progetti in corso. «Ci domandiamo – aggiunge Tullo – quali siano le reali ragioni di questo atteggiamento e perché si scelga di ostacolare un processo che può generare benefici diffusi, sia economici sia ambientali».

Si richiama inoltre quanto accaduto nelle ultime settimane in Regione Puglia. «Se la transizione energetica fosse stata incentivata con maggiore determinazione già negli anni precedenti – sottolinea Tullo – oggi non saremmo di fronte a bollette 2022-2023 così onerose da costringere gli agricoltori a chiedere aiuti straordinari».

La Regione Puglia ha infatti approvato uno stanziamento di 1 milione e 300mila euro, annunciato dall’assessore regionale Paolicelli, per sospendere i conguagli relativi alle forniture idriche del 2022 emessi dall’ex Consorzio Terre d’Apulia, oggi confluito nell’ente unico Centro Sud. Una misura che rappresenta una boccata d’ossigeno per gli agricoltori del Barese e della BAT, ma che interviene solo parzialmente sugli effetti del caro-energia.

«Questo dimostra – prosegue Tullo – che il problema dell’energia è reale e che i costi sono diventati insostenibili. Se gli impianti agrivoltaici fossero stati sostenuti con maggiore convinzione, molti agricoltori oggi potrebbero autoprodurre energia per alimentare pozzi artesiani e sistemi di irrigazione, riducendo drasticamente le spese. Invece siamo arrivati al punto di dover ricorrere a contributi pubblici per tamponare l’emergenza».

Infine, la Democrazia Cristiana invita cittadini, enti e agricoltori a mantenere autonomia di giudizio e a non lasciarsi condizionare da narrazioni che rischiano di frenare lo sviluppo del territorio. «La transizione energetica, se governata con equilibrio e regole chiare, è una risorsa e non un pericolo».

martedì 20 maggio 2025

Il territorio non è più nostro: il più grande parco eolico d’Italia sorgerà davanti alla costa di Bari


Barium Bay, il parco eolico offshore più grande d’Italia
tra promesse verdi e impatti sul territorio

Una vasta area del mare Adriatico meridionale, antistante i Comuni di Bari, Giovinazzo, Molfetta, Barletta e Andria, sarà presto occupata da 74 aerogeneratori al largo, alti oltre 260 metri, per una potenza complessiva prevista di 1.110 MW. È il progetto “Barium Bay”, il più imponente parco eolico offshore mai approvato in Italia. La realizzazione è affidata a Galileo Green Energy S.p.A. e consisterà in una superficie marina occupata di circa 163 km² che sarà interdetta alla navigazione e alla pesca.

Un progetto di tale portata, se da un lato viene presentato come una risposta necessaria alle sfide energetiche ed ecologiche, dall’altro solleva preoccupazioni profonde per l’impatto ambientale, economico e paesaggistico che avrà su un’ampia fetta di territorio e sul fragile equilibrio delle economie locali, in particolare quella della pesca, già gravemente in crisi.

Una costa trasformata: da vele a pale eoliche

Quella che una volta era una cartolina di vele e pescherecci rischia di diventare uno scenario industriale. I pescatori locali da tempo denunciano una crisi profonda dovuta all’aumento dei costi di carburante, alla scarsità di pescato e ai prezzi imposti dalla filiera che spesso non coprono i costi di produzione. Ora, la sottrazione forzata di parte del mare aggrava la situazione: le zone interdette alla pesca saranno vaste, e il rischio è che intere famiglie perdano definitivamente la possibilità di svolgere il proprio mestiere.

Dubbie certezze: e tra 15 anni, cosa resterà?

I documenti progettuali parlano di una vita utile stimata di circa 30 anni per l’impianto, ma alcune analisi realistiche indicano che già dopo 15-20 anni si potrebbe andare incontro a usura, corrosione e problemi strutturali. Le pale, costruite con materiali compositi difficili da riciclare, potrebbero rimanere abbandonate in mare se non correttamente smaltite, con gravi conseguenze sull’ambiente marino e costiero.

Uno studio ufficiale sul ciclo di vita dell’impianto (LCA – Life Cycle Assessment) mostra che, sebbene vi sia un ritorno energetico iniziale positivo, le fasi di dismissione e i rifiuti generati rappresentano una criticità non trascurabile.

file ufficiale LCA – ciclo di vita

A ciò si aggiunge un’ulteriore inquietudine: se l’azienda fallisse o si ritirasse – come purtroppo già accaduto in altri casi di impianti rinnovabili – chi si farà carico dello smantellamento e della bonifica?

Le opere a terra: rischio frane e dissesto

Non meno rilevanti le opere “onshore”: per collegare l’impianto alla rete elettrica nazionale si prevede il passaggio di cavi e infrastrutture attraverso zone caratterizzate da pericolosità geomorfologica, cioè aree soggette a frane, smottamenti o instabilità del suolo. Una scelta che secondo alcuni esperti potrebbe compromettere ulteriormente la sicurezza del territorio.

Il più grande impianto d’Italia, ma per chi?

Barium Bay è, ad oggi, il parco eolico più esteso del Paese, superando anche i progetti offshore previsti davanti alla Sardegna. Tuttavia, i benefici diretti per i cittadini non sono chiari. L’energia prodotta non sarà necessariamente destinata al consumo locale, e si teme che i vantaggi economici si concentrino su pochi grandi gruppi, lasciando alla popolazione solo i costi ambientali e paesaggistici.

Come già sottolineato da numerosi comitati e cittadini, i progetti vengono spesso redatti dagli stessi soggetti che li promuovono, con un margine di discrezionalità che rischia di mascherare impatti e problematiche reali. A ciò si somma l’imprevedibilità dei fattori in corso d’opera: modifiche, ritardi, complicazioni tecniche.

E allora, a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca: i cittadini avranno vantaggi reali o saranno semplicemente spettatori passivi di un’operazione calata dall’alto, che toglie pezzi di mare e di terra senza restituire nulla?

Link utili e fonti:

Ulteriori riferimenti:

Il tema è stato già affrontato in un altro nostro articolo presente qui:
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